Museo Prada – Un abito per un’attrice

Museo Prada – Un abito per un’attrice

 

Sono stata a Milano, purtroppo per poche ore, solo per vedere presso la Fondazione Prada… Qui devo fare una parentesi doverosa.

Situata in un luogo dove prima era periferia industriale, la Fondazione sorge in una location aperta dentro un’antica distilleria dove la fondatrice ha fatto nascere un mondo. Ha cambiato l’architettura con l’aiuto di un “grande” e creato spazi incredibili dedicati alla cultura. Uno sguardo e una ricerca continua spaziando nel mondo di quei movimenti che si mettono in moto proprio in questo inizio di XXI secolo, e io sono attratta dalla modernità, dall’attualità, dalla contemporaneità ricca e fantastica di tutto quello che succede intorno a me oggi.

Un ringraziamento è doveroso.

WES ANDERSON | JUMAN MALOUF: IL SARCOFAGO DI SPITZMAUS E ALTRI TESORI

Wes Anderson (tra i suoi film più conosciuti, i Tenenbaum, L’isola dei cani e molti altri.) è un regista che io amo perché mi diverte, ma non sapevo che assieme a sua moglie avesse una così grande passione per il collezionismo. Adesso qualcuno si chiederà che c’entra tutto ciò, benché interessante, con il nostro lavoro di patch/quilt.

All’interno di questa mirabile collezione mi ha colpito un manichino tutto in legno, un’elegante figura femminile in una teca, ben illuminato e non ho potuto fare a meno di notare il vestito di seta verde, con impressi con tecnica appliquè con aggiunta di pittura, uccelli e fiori. Mi sono soffermata perché si trattava anche di un abito indossato in scena da un’attrice, Erika Pluhar, interprete di “Hedda Gabler” di Ibsen, personaggio femminile antesignano della liberazione delle donne. Mi sono emozionata e mi piace scriverne. Ci sono anche le scarpe, collegate all’abito nel colore e fattura.

Non me ne volete se non parlo del meraviglioso, stupefacente allestimento e contenuto della Mostra, il materiale proviene da Kunsthistoriches e Naturhistoriches Museum di Vienna, le cronache giornalistiche ne sono piene (uno per tutti il lungo ricco articolo con foto di Natalia Aspesi su Robinson, ancora in edicola) perché si tratta di una collezione unica dove si confondono il minimalismo abitudinario, la tradizione, le scuole di pittura fuori dal consueto, c’è in tutto quello che è esposto una sensazione di ribellione e di volontà di guardare al passato, una sfida ai canoni delle istituzioni museali, una vera provocazione per il pubblico a cominciare dal sarcofago, del topo ragno di epoca egizia, IV secolo a.C.

 


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *